UN TEA NEL DESERTO
di Raffaele Cascone
Luglio 2007
E' in corso nel mondo un grande mutamento nelle
conoscenze e nelle pratiche della salute preparato dalla nuova
evidenza scientifica e dalla venuta alla luce di pratiche fino
ad ora poco conosciute e finora marginali. Ciò sta portando
alla delimitazione sommaria di quattro aree:
1. Una medicina "hard" che si avvale
di presidi di alta tecnologia come le terapie geniche, le cellule
staminali, chirurgia sperimentale e d'urgenza, cure intensive
avanzate;
2. una medicina soft che, alla luce dei dati epidemiologici, della
genetica e della etologia umana ed animale sta orientandosi verso
la prevenzione e le cure nutrizionali della nutrigenomica, verso
quelle indicazioni della biologia dei comportamenti e della psiconeuroendocrinoimmunologia,
di relazioni socio culturali basate sul sostegno reciproco e non
sull'aggressione, sugli aspetti qualitativi e sulle possibililità
di un uso terapeutico della relazione interpersonale medico-paziente;
3. una medicina integrativa che tenta di mettere insieme aspetti
hard ed aspetti soft e multiple discipline, operazione impossibile
data l'eterogeneità dei contesti e la scarsa volontà
della professione medica a collaborare alla pari con altre discipline;
4. L'area quella delle medicine complementari, alternative e tradizionali,
praticate da non medici.
Questo ultimo settore, in Italia è
oggetto di procsso continuo di squalifica da parte dei media in
quanto potenzialmente destabilizzante degli equilibri corporativi
delle professioni sanitarie mediche e non mediche già codificate
ed espressione di nuove professioni e risorse maturate al di fuori
dei canali di legittimazione e di formazione tradizionali delle
corporazioni.
In Italia infatti c'è una grande opposizione a questo rinnovamento.
Parte di questa resistenza è esercitata dall'ambiente dei
medici, soggetti ora come non mai, ad una grave crisi di identità
e professionalità e tradizionalmente resistenti ad innovazioni
che altereranno la natura della loro pratica, ne ridimensioneranno
il potere sociale e daranno spazio a nuovi attori. Inoltre la
medicina convenzionale moderna si struttura proprio a partire
dal riduzionismo, sull'isolare l'entità malattia dalla
vita e dall'insieme di relazioni e dalla storia che caratterizzano
il soggetto e sul considerare rapporto umano, soggettività
ed inter-soggettività elementi di disturbo, una sorta di
rumore di fondo.
Proprio questi elementi considerati di scarto
dalla medicina convenzionale costituiscono i capisaldi della nuova
medicina e sono alla base delle medicine complementari.
Questa contraddizione è resa ancora più dirompente
dalle recenti scoperte che stanno evidenziando i limiti scientifici
insiti nel riduzionismo e nel liquidare l'elemento umano e relazionale.
Facciamo riferimento all'evidenza fornita da:
il progetto Genoma,
la regolazione epigenetica dell'espressione genetica,
riferendoci ad i regolatori extragenetici
sia presenti nell'ambiente cellulare ed organismico che
nell'ambiente in senso ecologico e
nell'ambiente socioculturale.
L'evidenza che
le relazioni socio-culturali,
le relazioni familiari,
le relazioni madre - neonato
regolano o disregolano la fisiologia
e programmano spesso in modo irreversibile la biologia individuale,
la scoperta di Stephen Porges del "sistema nervoso dell'ingaggio sociale", che media gli effetti benefici e pro-funzionali del contatto sociale disteso e collaborativo,
le ricerche della Mac Arthur Foundation
intitolate "In che modo lo status sociale entra nella pelle?"
che hanno mostrato come i livelli di mortalità e morbidità
siano inversamente correlati al benessere socio-culturale,
gli studi di Mcewen e di Laborit sugli effetti dello stress cronico
e dell'aggressione socio-culturale sulla salute e sull'eziopatogenesi,
le formulazioni dell'Institute of Medicine di Washington sulle vie pre-patologiche attraverso cui si preparano, nel corso di lunghi anni, le malattie cronico-degenerative,
le scoperte di K. Tracey sul riflesso vagale antinfiammatorio.
la correlazione tra cancro ed infiammazione,
la correlazione tra nutrizione e regolazione
genetica
e quindi tra nutrizione e cancro,
nonché tra nutrizione e malattie cardio-vascolari.
Questi mutamenti in atto furono recepiti nel
piano quinquennale del 16 Maggio 2002, dell'Organizzazione Mondiale
della Sanità sulla Medicina Tradizionale, Complementare
ed Alternativa, e furono alla base delle proposte del nostro Comitato
nel convegno internazionale del 2002 sul futuro sistema della
salute.
L'OMS precisava che:
"gli operatori della salute non medici
devono essere considerati "una risorsa sostenibile e di valore"
per tutti i paesi del mondo e l'utilizzo di questi operatori nel
sistema primario della cura, in stretta collaborazione con gli
operatori della medicina convenzionale, contribuisce ad ottenere
sistemi di salute più pratici, efficaci, e culturalmente
accettabili. Beneficiare del meglio della medicina non convenzionale
e di quella convenzionale e di una collaborazione efficiente e
fattiva tra i due campi, è un diritto irrinunciabile del
cittadino e della comunità".
L'OMS non era nuova a queste posizioni. Già nel 1978 aveva dichiarato :
"E' stato notato che una gran parte
del personale sanitario altamente qualificato tende spesso a vedere
nella medicina tradizionale una pratica in declino che non presenta
interesse alcuno, il che è un grave errore dato che la
cultura di cui la medicina tradizionale fa parte integrante non
è né congelata né morta. La medicina tradizionale
presenta certi vantaggi sui sistemi medici importanti poiché,
facendo parte integrante della cultura del popolo, essa è
particolarmente efficace per risolvere problemi della salute legati
a questa cultura. L'approccio della medicina tradizionale è
olistico: essa considera l'uomo nella sua totalità ricollegandolo
in un ampio contesto ecologico e pone l'accento sul fatto che
il cattivo stato di salute o di malattia sono dovuti ad uno squilibrio,
ad un disadattamento all'ambiente e non soltanto all'azione di
agenti patogeni."(1)
Questi appelli e le nuove evidenze scientifiche
e culturali se raccolti, avrebbero potuto dare anche all'Italia
l'opportunità, come negli Stati Uniti, di edificare questo
capitale sociale ad alto valore aggiunto attraverso una grande
campagna di collaborazione, ricerca e pratica interdisciplinari
finalizzate all'integrazione delle varie discipline e delle varie
competenze. Questa integrazione, migliorando l'offerta ed allineandola
agli standard internazionali, avrebbe potuto intercettare ed orientare
in senso costruttivo la crescente domanda di cambiamento e miglioramento
della salute e degli stili di vita e la richiesta di occupazione
e di nuove professioni.
Il nostro comitato (2) ritenne che affrontare
le questioni relative al sistema della salute, in modo collaborativo
e progressivo, secondo il nostro orientamento sistemico e connettivista
di scuola europea, fosse congruo con l'approccio istituzionale
anglo-sassone ai servizi ed alle professioni della salute e rappresentasse
pertanto lo "stato dell'arte" per intervenire in Italia
in modo costruttivo e contribuire all'evoluzione delle cose.
Come è noto, questo approccio promuove gli approcci
interdisciplinari quindi le relazioni collaborative, la diffusione
popolare delle pratiche e delle conoscenze sulla salute e l'emancipazione
dei beneficiari dei servizi, da consumatori passivi di merci da
tutelare, a soggetti responsabili abilitati a distinguere e scegliere
stili di vita, comportamenti e nutrizione, favorevoli per la salute.
Questo approccio, negli ultimi vent'anni, nel mondo occidentale,
ha messo in moto quel laboratorio di energie umane e sociali che
ha a sua volta prodotto imponente evidenza scientifica e, soprattutto,
pratiche, esperienze culturali e risorse umane che rappresentano
per i paesi che ne beneficiano quel valore aggiunto che fa la
differenza.
A consuntivo di questi cinque anni di nostri
interventi, registriamo che l'Italia, a seguito di un immobilismo
autarchico ed una resistenza generalizzata, ha mancato clamorosamente
queste opportunità accumulando un divario incolmabile in
capitale e condizioni sociali, e si è relegata al ruolo
di consumatore di servizi, prodotti e stili di vita d'importazione
di basso livello. Inoltre, soprattutto tra professionisti, la
tradizionale resistenza verso il cambiare le cose e l'ostilità
verso ciò che non sia apertamente vincente, si sono coniugate
con l'imbarazzante evidenza che, al di là della facciata,
raggiunto in occidente il presente stato di avanzamento delle
conoscenze e dei comportamenti umani che le sostengono, di queste
cose da noi veramente nessuno capisce niente.
Frattanto, impermeabile ai mutamenti epocali ma dando prova delle
solite grandi doti trasformiste, di recente, la professione medica,
attraverso la Fnomceo, fedele alle sue tradizioni di medicalizzazione
del mondo, sta attivamente sottraendo le medicine non convenzionali,
complementari e tradizionali agli operatori non medici che le
hanno create e praticate e le sta assorbendo. Unica irresistibile
giusticazione argomentativa: "se è medicina e se
funziona, è Cosa Nostra". Di conseguenza gli appelli
dell'OMS qui da noi hanno sortito l'unico risultato di provocare
iniziative espansionistiche e corporative verso una medicina più
integralista e fondamentalista che integrativa.
Nel corso di queste grandi manovre, che ne
è stato degli operatori non medici delle medicine non convenzionali
e delle loro lobbies?
Naufraghi da una legislatura all'altra, hanno continuato ad agitarsi
alla ricerca del consueto onorevole di riferimento che presentasse
la millesima personale proposta di legge che, regolarmente, si
è arenata, ed hanno continuato ad aspettare che un giorno
fatale lo Stato riconoscerà la loro esistenza e definirà
e recepirà ciascuna delle loro figure professionali, le
loro competenze, i loro campi di intervento, le loro specificità
e le loro differenze rispetto al sistema medico.
Si tratta di pie illusioni: allo stato delle cose, una legge che
riconoscesse le professioni non mediche delle medicine non convenzionali
è impossibile in Italia, perchè destabilizzerebbe
tutte le professioni sanitarie mediche e non mediche già
codificate, irreversibilmente ancorate ai loro interessi corporativi
ed ordinali ed ai loro sistemi disciplinari riduttivistici.
In questa guerra tra bande ed in assenza di regole, i medici continueranno a proporre pratiche che impunemente definiscono di "medicina non convenzionale" che altro non sono che frammenti di tecniche alternative o tradizionali applicate in modo empirico o addirittura mistico, nel caso di discipline esotiche o orientali. Continueranno a farsi schermo della falsa immagine mediatica di scientificità e oggettività con cui la medicina tenta di caratterizzarsi, che inchioda ad una modalità di relazione con un paziente posto in condizioni di regressione psichica, disinformato ed estraneo a sé stesso, nei confronti di un medico portatore di certezze e conoscenza.
La medicina convenzionale se ammette di praticare la medicina complementare in modo riduzionistico allora non può definirla complementare, deve definirla in altro modo. Sé invece il medico la applica riconoscendone la specificità e l'approccio alla complessità, è costretto ad uscire dal suo ruolo e dalla sue convenzioni personali ed istituzionali. Gli si presentano quindi difficoltà di identità personale e professionale.
In queste condizioni, un medico che per intendesse
applicare l'agopuntura cinese come tecnica in un quadro riduttivistico,
facendo astrazione dalla complessità, potrebbe ad esempio
incorrere nel rischio di scatenare una psicosi latente in un paziente
con quella tendenza, e verrebbe a trovarsi in una posizione poco
diversa da quella di un naturopata che trattasse un appendicite
acuta con un massaggio addominale, ignorando quei fondamenti di
diagnostica differenziale che la medicina convenzionale gli dovrebbe
doverosamente imporre e fornire.
Ugualmente, nel settore non convenzionale, sia per quanto riguarda i medici che i non medici, la grande varietà di pratiche, di discipline, di professioni sommerse, dovrebbe essere supportata non soltanto da nozioni ma soprattutto da quella formazione legata allo sviluppo personale, alle doti ed alla correttezza relazionale, all'etica personale e professionale che non può né essere importata né inventata da un giorno all'altro.
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buddista Zen all'università di Tor Vergata!
Inoltre, come in tutte le realtà caratterizzate da scadente
informazione, manipolazioni mediatiche, perdita delle tradizioni,
crisi economiche, il consumatore italiano, nello stile del medium
televisivo, ha una diffidenza che lo porta a cercare riassicurazione
nella forza e nell'autorità. Quindi è poco agganciabile
da proposte reali ma facilmente manipolabile da suggestioni: viene
attratto da punti di riferimento ed immagini forti, soluzioni
drastiche e veloci, forti identità, tutti elementi caratterizzanti
la pubblicità e gli schemi televisivi. Gli operatori della
medicina non convenzionale avrebbero vita facile se si uniformassero
allo stile comportamentale di psicologi e medici televisivi, costruendosi
un immagine forte ed in apparenza efficace. Se non lo facessero,
dovrebbero adeguarsi ad un faticoso lavoro di recupero sociale
e psicologico preliminare, addossandosi il ruolo d'informatore,
pedagogo, educatore, psicoterapeuta, per riabilitare il pubblico
ed iniziarlo a rapporti emancipati e paritari.
In Inghilterra invece nello spirito della "common
law", lo stato riconosce le associazioni professionali con
un criterio largamente inclusivo e non selettivo rispetto alle
varietà di pratiche, discipline e professioni. Nel contempo
in chiave liberale non crea restrizioni neppure nei confronti
di quegli operatori che non intendano partecipare ad associazioni
riconosciute dallo stato.
Da noi l'opinione pubblica, se c'è mai
stata, è drammaticamente lontana dalle questioni cruciali.
Pensiamo alla necessità di aprire un grande confronto generale
sulla definizione della natura e delle specificità delle
medicine non convenzionali, della medicina convenzionale, delle
cure farmacologiche psichiatriche, dei diritti alla salute. L'uscita
dall'immobilismo si avrà soltanto quando il pubblico, gli
operatori e lo stesso legislatore si svincoleranno dalla pressione
paralizzante delle organizzazioni e degli ordini professionali
e cominceranno a proteggere gli interessi del soggetto e della
collettività. Consigli superiori di sanità, ordini
professionali, comitati etici raramente rischiano di occuparsi
delle questioni cruciali e produrre qualcosa di sensato. Quando
lo fanno, come nel caso Welby, viene alla luce del mondo il miracolo
dell'Italia del ventunesimo secolo: nell'era della globalizzazione
continuano ad esistere due realtà archeologiche perfettamente
conservate, il Consiglio superiore di sanità ed il Vaticano,
entrambi splendidamente d'accordo su posizioni pre-Galileiane.
La medicina moderna fin dalle sue origini
si è incentrata sulla costituzione della "malattia"
in quanto entità clinica, disconnessa dalla storia, dalle
relazioni socio-culturali e dall'ambiente dove è maturata.
Questa delimitazione riduttivistica dell'oggetto della ricerca,
a discapito dei fattori umani, relazionali ed ambientali, rappresenta
ancora oggi la sua specificità nel costante sforzo infruttuoso
di costituirsi come "scienza", di rendersi autonoma
dalla validazione da parte della biologia ed affrancarsi dal suo
destino di pratica empirica.
Tutto ciò malgrado l'evidenza del progetto
genoma e della biologia dei sistemi, che stanno fornendo validità
scientifica ed un modello di orientamento a molte delle medicine
non convenzionali. Una ulteriore ricaduta di queste ricerche è
l'attuale tentativo di riorientamento della medicina verso
quella medicina integrativa che può essere messa in atto
solo nello scambio tra molteplici professionalità, in un
contesto sociale più umano ed attraverso il capovolgimento
della modalità di relazione e del ruolo del medico.
I nostri medici convenzionali che decidono
di esercitare la medicina non convenzionale sono nelle condizioni
strutturali di abbandonare il loro ruolo tradizionale e di costruire
il loro rapporto con il paziente secondo la specificità
della medicina non convenzionale?
Ed inoltre questa specificità consiste in una specializzazione
"tout court" di cui ci si può servire all'occorrenza,
o è un modo di essere, punto di arrivo di un percorso non
solo culturale ma anche esistenziale, di sviluppo e forse anche
di catarsi personale?
Ma è necessario ribaltare la questione: prima ancora di
definire la specificità delle altre medicine, in Italia
è necessario chiarificare che deve esserci un limite
alla medicalizzazione della vita e delle professioni. Bisogna
cominciare a circoscrivere gli ambiti della medicina e dare spazio
al resto del mondo. L'invasione della medicalizzazione non riguarda
soltanto il campo parziale della medicina non convenzionale, Questo
è il caso circoscritto del fenomeno più generale
della medicalizzazione della vita e della percezione dell'esistenza
stessa solo in chiave medica.
Di questo segno è il successo di programmi
televisivi a base di consigli terapeutici e l'invasione di serial
ospedalieri d'oltreoceano o nostrani, che grazie alla loro funzione
momentaneamente ansiolitica fanno da marketing all'apparato sanitario
mediatico, alla farmaceutica ed all'alimentazione industriale.
Un laureato in biologia o uno psicoterapeuta rischiano invece
di violare la legge sanitaria se consigliano una alimentazione
sana e, per comprare un aspirina, è necessario la tutela
di un farmacista.
In un siffatto scenario, vi sembra che ci sia la possibilità di importare nel deserto di un nostro ospedale un ordinaria scenetta altoatesina, tedesca o californiana? Nel silenzio più totale, su di un tatami regolamentare, con luci soffuse ed incenso fumante, dopo mezz'ora di meditazione Zen, il medico dell'ASl ci somministra a regola d'arte un Meiso Shiatsu della durata di un ora e mezza, al costo di un ticket e per concludere un'infermiera, specializzata in metodiche e nutrizione orientali, naturalmente in kimono, ci offre un tea bancha antiossidante, offerto dal Servizio Sanitario Nazionale.
1) Promotion et development de la medicine
traditionelle, OMS Rapporto Tecnico, Geneve, 1978
2) Comitato ricerca, istruzione e promozione medicina complementare,
integrativa e tradizionale