Termini come corpo, mente, salute, disfunzione
malattia, nell'uso corrente significano tutto quello che ciascuno
di volta in volta gli attribuisce e poco o niente di condiviso.
Nella confusione concettuale, amplificata ulteriormente dal mercato
globale della salute, Henri Laborit, premio Lasker (il Nobel americano)
e padre della psico-neuro-immuno-endocrinologia, apporta un riorientamento
nei fondamenti della medicina e della psicologia, riformulando
la questione mente-corpo e fornendo le basi per una nuova teoria
della salute e della malattia.
Per Laborit, la salute non è soltanto
il mantenimento dell'omeostasi ristretta, dell'equilibrio interno,
ma significa mantenere il proprio equilibrio in relazione all'ambiente
esterno, con il quale dobbiamo negoziare in continuazione le condizioni
per il nostro equilibrio.
Quando ciò non è possibile, la risposta naturale
è la lotta o la fuga per eliminare ciò che ci impedisce
di essere in equilibrio. Ma se le condizioni ambientali non ci
consentono né di gratificarci, né di lottare, né
tanto meno di fuggire, l'ambiente ci modifica al di là
delle possibilità di difesa. In questo caso, si dice che
"subiamo l'ambiente", in altre parole ne riceviamo un'aggressione,
e allora il rapporto con l'ambiente ci disorganizza. E' qui che
tutte le dis-regolazioni e le patologie hanno inizio.
"Sostenere le difese"
Henri Laborit da chirurgo, aveva osservato, nell'immediato dopoguerra,
che ad operazioni perfettamente riuscite seguiva troppo di frequente
la morte del paziente per choc operatorio: la malattia postoperatoria.
Si riteneva all'epoca che tale mortalità fosse dovuta all'esaurimento
dei mezzi di difesa dell'organismo. Per questa ragione si interveniva
per "sostenere le difese" , somministrando adrenalina
e altri farmaci.
Laborit, avendo notato che questi rimedi non facevano altro che
affrettare la fine, operò un radicale capovolgimento concettuale:
Non bisognava potenziare le difese, ma al contrario sedarle!
Questo perché un'operazione chirurgica è un'aggressione,
a cui l'organismo risponde attivando tutte le difese, che non
sono altro che la preparazione alla lotta o alla fuga. Non potendo
né lottare, né fuggire, l'organismo subisce l'aggressione
immobilizzandosi, con le sue difese attivate al massimo: la sindrome
d'inibizione d'azione conseguente genera una serie di reazioni
a cascata nell'organismo che possono provocare la morte, per eccesso
di difese, tanto più facilmente quanto più vitale
è l'organismo che le subisce.
Star bene nella propria pelle
In realtà, la malattia postoperatoria si prepara prima
ancora di essere operati, anche nell'attesa dell'aggressione.
E' aggressione tutto ciò che impedisce all'organismo di
mantenere il suo equilibrio interno. Sono disorganizzanti tutte
le circostanze e le relazioni in cui l'organismo non può
negoziare con l'ambiente le condizioni adeguate alla sua sopravvivenza,
al suo benessere, al suo "star bene nella propria pelle"
(Laborit). Dalle basi di questa nuova teoria dell'eziopatogenesi,
dando continuità alle ultime ricerche del compianto Henri,
con la collaborazione del collega Enrico Brun ho descritto, nel
libro "L'inibizione d'azione, un integrazione sistemica in
psicoterapia e per le medicine complementari", le condizioni
specifiche comportamentali e biologiche della salute, nonché
le condizioni di vincolo ambientali e relazionali, all'interno
delle quali l'organismo, nella sua interezza e in specifici sistemi
critici, funziona come un vero e proprio apparato della salute
e della guarigione, ed al di fuori delle quali le disregolazioni
iniziano a preparare le reazioni a cascata della patologia.
Noi siamo un sistema strutturalmente accoppiato
all'ambiente, con cui ci co-evolviamo e ci co-costruiamo. Da questo
punto di vista, i confini tra termini quali mente, corpo, ambiente,
relazioni e quelli tra definizioni disciplinari, cominciano ad
annullarsi; emerge così un nuovo sguardo sulla realtà
che permette di scorgere non più soltanto funzioni e manifestazioni
locali di parti, ma funzionamenti globali di interi sistemi, quali
l'essere corporeo nel suo ambiente.
Nell'evoluzione, le azioni che conducono al successo nella sopravvivenza
e gli stati di funzionalità interni, sono stati da sempre
accompagnati da sensazioni interne "piacevoli", che
Candace Pert in Molecole dell'emozione (Ed. Corbaccio) identifica
con la circolazione diffusa delle correnti dei neuropeptidi, star
bene nella propria pelle. Cercare la gratificazione e sfuggire
al dolore ed alla disorganizzazione è la strategia più
elementare di sopravvivenza. Per contro relazioni non favorevoli
alla sopravvivenza ed al benessere, si accompagnano a sensazioni
specifiche di disfunzione e sofferenza.
Queste sensazioni, a loro volta, retroagiscono con il sistema
nervoso centrale e periferico e con il sistema nervoso enterico
(The second brain, Gershon, M., Harper, New York, 1999) attivando
di volta in volta o il sistema della gratificazione, o il sistema
della frustrazione e il sistema dell'inibizione che presiedono
all'estrema difesa dell'immobilità.
Sensazioni piacevoli attivano il sistema della
gratificazione che a sua volta segnala al sistema dell'allarme
che tutto va bene e quest'ultimo si calma. Se non ci sono sensazioni
piacevoli, indicatrici di sopravvivenza, e per giunta ci sono
sensazioni di fastidio, il sistema dell'allarme rimane sempre
attivo, e la cascata che conduce alla patologia ha inizio.
Questi meccanismi sono indipendenti dal controllo cosciente nell'adulto
e sono attivissimi nel neonato prima ancora che possa costruire
rappresentazioni coscienti e possa elaborare una qualsiasi linea
di difesa. Il neonato nascendo profondamente immaturo da un punto
di vista motorio, dipende per la sua sopravvivenza interamente
dalle cure della madre. Dalla qualità del suo rapporto
con la madre dipende la calma o l'attivazione del sistema dell'allarme.
La sindrome d'inibizione
Laborit ha mostrato che, per subire una disorganizzazione, un
essere deve essere dotato di memoria. Ciò che genera disregolazione
prima e patologia poi, è l'essere sottoposti a lungo, oltre
le capacità di adeguamento, a situazioni fastidiose rispetto
alle quali non si può né lottare per eliminarle,
né fuggire per allontanarle. Si memorizza l'inefficacia
delle proprie azioni-reazioni. Nasce la cosiddetta sindrome di
inibizione d'azione, uno stato neurologico, neuro-endocrino, psicologico
e somatico in cui l'asse della lotta o della fuga, ipofisi-ipotalamo-surrenali
è continuamente attivo per due ragioni, schematicamente:
1. lo stress prolungato fa saltare il sistema dei recettori ai
glicocorticoidi che segnalano all'asse di calmarsi
2. si blocca l'unico sistema che può dare il segnale di
calma: il Medial Forebrain Bundle, l'asse neurale della gratificazione,
scoperto da Odds e Milner, che segnala che l'azione si è
conclusa con efficacia.
Massicce dosi di gratificazione potrebbero
riportare al riequilibrio, ma una disorganizzazione generalizzata
comportamentale, relazionale e biologica, come la costrizione
periferica e la cattiva circolazione corporea, impediscono la
capacità periferica alla gratificazione, allo star bene:
il circolo si chiude su sé stesso. Dalla disregolazione,
la patologia ha inizio. Questa è hard science: tutta la
cascata biochimica che la genera è stata descritta e mappata.
Il potere della gratificazione
Di conseguenza si può considerare terapeutico tutto ciò
che riesce ad interrompere, nelle regolazioni relazionali e nelle
regolazioni interne, questa successione di eventi nell'arco di
tempo che va dalla disregolazione fino alla patologia. E' terapeutico
tutto ciò che rimette in azione il sistema della gratificazione,
il sistema dell'azione efficace, e che fa costruire nuove memorie
di azione efficace e gratificazione al posto di quelle dell'allarme.
I metodi che funzionano possono essere tanti. Fino ad oggi la
loro efficacia era più il risultato di intuizione ed arte
terapeutica che di conoscenze scientifiche. Laborit ha dato le
basi per procedere in modo scientifico nella diagnosi, nella cura
e nella valutazione dei metodi sia della medicina ortodossa che
della medicina complementare.
Dopo Laborit inoltre c'è la possibilità di identificare,
attraverso la diagnosi relazionale e gli esami di laboratorio
della biologia comportamentale e della medicina funzionale, le
condizioni di dis-regolazione relazionale e di dis-regolazione
biologica che portano alla patologia, molto prima che la patologia
arrivi e di valutare l'efficacia della cura e dei vari metodi.
E' possibile altresì valutare, in un quadro diagnostico
e terapeutico unitario e coerente, la miriade di dati clinici
e di laboratorio che la bio-medicina corrente mette a disposizione,
che sarebbero altrimenti insignificanti.
Nel nuovo paradigma, salute e malattia non sono solo questione
di scienza e professionalità. Identificare sul piano scientifico
le condizioni individuali e relazionali per la sopravvivenza e
per il benessere, non è sufficiente se i rapporti socio-culturali
e la forma di vita correnti non cambiano e non si ricostruiscono
tenendone conto.