Professor Henri Laborit. Nato il 21 novembre 1914 a Hanoi (indocina). Padre medico nell'armata coloniale. Liceo Carnot a Parigi. Scuola del servizio di sanità della Marina e facoltà di medicina di Bordeaux. Dottore in medicina. Interno e chirurgo ospedaliero. Direttore della ricerca del Servizio di sanità dell'Esercito. Introduce in terapeutica l'ibernazione artificiale, la cloropromazina, primo tra i tranquillanti, così come altri farmaci ad azione psicotropa. Studi sulle reazioni dell'organismo alle aggressioni che hanno consentito soluzioni nuove nel campo dell'anestesia e della rianimazione. Dirigeva a Parigi il laboratorio di entomologia. Autore di numerose pubblicazioni sulla biologia del comportamento. Sposato, cinque figli. Premio Albert Lasker dell'American Health Association. Sport: equitazione e vela. Legion d'onore. Croce di guerra 1939-1945. Accademico delle scienze.

 


APPUNTI CHIAVE DI HENRI LABORIT
DAL FILM " Mon oncle d'Amerique "
di Alain Resnais
 


Henri Laborit "La sola ragione di esistere di un essere è la sua esistenza; cioè di mantenere la sua struttura. E quindi di mantenersi in vita. Senza di che non ci sarebbe l'essere. "

"Notate che le piante possono mantenersi in vita senza spostarsi . Esse attingono il loro nutrimento direttamente dal suolo del luogo dove si trovano. E, grazie all'energia solare, esse trasformano questa materia inanimata che è nel suolo nella loro propria materia vivente."

"Gli animali, invece, e quindi l'uomo, che è un animale, non possono mantenersi in vita se non usando questa energia solare che è già stata trasformata dalle piante. E questo impone loro di spostarsi. Essi sono obbligati ad agire all'interno di uno spazio. E per muoversi in uno spazio è necessario un sistema nervoso che agirà e consentirà di agire in un ambiente e sull'ambiente. E sempre per la stessa ragione: assicurare la sopravvivenza. Se l'azione è efficace, il risultato sarà una sensazione di piacere. Così, un impulso spinge gli esseri viventi a conservare il loro equilibrio biologico, la loro struttura vivente a mantenersi in vita. E questo impulso si esprime in quattro comportamenti di base: un comportamento di consumo, che è il più semplice e il più banale, e assolve ai bisogni fondamentali: bere, mangiare, accoppiarsi. Un comportamento di lotta. E un comportamento di inibizione."

"La sola ragione di esistere di un essere è la sua esistenza; cioè di mantenere la sua struttura. E quindi di mantenersi in vita. Senza di che non ci sarebbe l'essere. "

"L'evoluzione, l'evoluzione della specie, è conservatrice. E nel cervello degli animali si riscontrano delle forme assolutamente primitive. Esiste un primo cervello che Mac Lean ha chiamato il cervello rettile. E' quello dei rettili, infatti. E scatena i comportamenti di sopravvivenza immediata, senza i quali l'animale non potrebbe sopravvivere, bere, mangiare, il che gli consente di mantenere la sua struttura; l'accoppiarsi, il che gli permette la riproduzione. Poi, quando si passa ai mammiferi, un secondo cervello si aggiunge al primo e, abitualmente, lo si definisce, sempre con Mac Lean, il cervello dell'affettività. Io preferisco dire che è il cervello della memoria. Senza il ricordo di ciò che è piacevole o spiacevole non è possibile essere felici, tristi, angosciati, non si può essere in collera, innamorati. E si potrebbe quasi dire che un essere vivente è una memoria che agisce. E poi un terzo cervello, che si chiama corteccia cerebrale, si aggiunge ai primi due. Nell'uomo si è considerevolmente sviluppato. Si chiama:la corteccia associativa. Che cosa vuol dire? Vuol dire che associa. Associa le vie nervose soggiacenti e che hanno conservato traccia delle esperienze passate. Le associa inoltre in maniera diversa da quella in cui sono state impressionate dall'ambiente, al momento stesso dell'esperienza vissuta. Il che significa che potrà creare, realizzare un procedimento immaginario. Nel cervello dell'uomo, questi tre cervelli sovrapposti esistono sempre. I nostri impulsi sono sempre quelli molto primitivi del cervello rettile."

"Questi tre piani del cervello dovranno funzionare insieme. E, perché questo succeda, debbono essere collegati da dei canali. Uno possiamo chiamarlo il canale della ricompensa. L'altro lo possiamo chiamare quello della punizione. E' questo secondo che sboccherà nella fuga e nella lotta. Un altro ancora, quello che finirà nell'inibizione dell'agire. Per esempio: la carezza di una madre al suo bambino; la decorazione che lusingherà il narcisismo di un guerriero; gli applausi che sostengono un pezzo di bravura di un attore: tutto questo libera delle sostanze chimiche nel canale della ricompensa e provocherà il piacere di colui che ne è l'oggetto."

" Ma io ho parlato della memoria. Ma, ciò che bisogna sapere, è che, all'inizio dell'esistenza, il cervello è ancora, diciamo, immaturo. Per cui nei primi due o tre anni della vita di un uomo l'esperienza che egli trarrà dall'ambiente che lo circonda sarà indelebile, e costituirà qualcosa di molto importante per l'evoluzione del suo comportamento nel corso di tutta la sua esistenza. E, infine, dobbiamo renderci conto che ciò che filtra nel nostro sistema nervoso dopo la nascita e forse anche prima, nell'utero; gli stimoli che penetreranno nel nostro sistema nervoso, ci vengono essenzialmente dagli altri, e che noi non siamo che gli altri. Quando noi moriremo, sono gli altri, che noi abbiamo interiorizzato nel nostro sistema nervoso, che ci hanno costruito, che hanno costruito il nostro cervello, che lo hanno riempito, sono gli altri che moriranno."

" Così ecco i nostri tre cervelli. I primi due funzionano in maniera inconscia e noi non sappiamo cosa ci guidano a fare. Impulsi, automatismi culturali. E il terzo ci fornisce un linguaggio esplicativo, che offre sempre una scusa, un alibi, al funzionamento inconscio dei primi due. Io credo che si debba rappresentarsi l'inconscio come un mare profondo e ciò che noi chiamiamo il "cosciente" come la schiuma che nasce, si frantuma, rinasce, sulla cresta delle onde. E' la parte più in superficie di questo oceano che viene frustata dal vento. Si possono dunque distinguere quattro tipi principali di comportamento. Il primo è il comportamento di ciascuno, che assolve ai bisogni fondamentali. Il secondo è un comportamento di gratificazione: quando si è sperimentata un'azione che genera un piacere si cerca di ripeterla. Il terzo è un comportamento che reagisce alla punizione. Sia con la fuga, che la evita; sia con la lotta, che annulla il soggetto dell'aggressione. L'ultimo è un comportamento di inibizione, non ci si muove più, si attende in tensione, e si arriva all'angoscia. L'angoscia è l'impossibilità di dominare una situazione."

"Quando si prende un topo e lo si chiude in una gabbia a due scompartimenti - il cui spazio, cioè, è diviso da un tramezzo al centro del quale si trova una porta; e il pavimento della gabbia è percorso, ad intermittenza, dalla corrente elettrica: prima che la corrente elettrica venga immessa nella rete del pavimento, un segnale avvisa l'animale, che si trova nella gabbia, che quattro secondi dopo la corrente passerà, ma in partenza non lo sa. Se ne accorge in fretta. All'inizio è inquieto, ma quasi subito si accorge che c'è una porta aperta e si trasferisce nello spazio contiguo. La stessa cosa si ripeterà pochi secondi dopo, ma l'animale comprenderà egualmente molto in fretta che può evitare il castigo del piccolo shock elettrico alle zampe ripassando nello spazio della gabbia nel quale era prima. Questo animale, che subisce questa esperienza per una decina di minuti al giorno, durante sette giorni consecutivi, alla fine del settimo giorno sarà in condizioni perfette, in ottima salute: il suo pelo è liscio, non ha ipertensione arteriosa. Ha evitato la punizione tramite la fuga. E' stato bene. Ha mantenuto il suo equilibrio biologico."

"Quello che è semplice per un topo in gabbia è molto più difficile per un uomo nel suo ambiente sociale. In particolare perché certe necessità sono state create da quel tipo di vita sociale, e questo sin dalla sua infanzia ed è raro che egli possa, per appagare i suoi bisogni, risolversi alla lotta quando la fuga non è efficace. Quando due individui hanno progetti diversi, o uno stesso progetto ed entrano in competizione per realizzarlo, ci sarà un vincitore e uno sconfitto. Si stabilisce un potere di uno degli individui nei confronti dell'altro. La ricerca del potere, in uno spazio che definiremo il territorio, è la base fondamentale di tutti i comportamenti umani. E questo, nella completa incoscienza delle motivazioni."

"Non esiste, quindi, l'istinto della proprietà, come non esiste l'istinto del dominio. C'è semplicemente per il sistema nervoso di un individuo, la scoperta della sua necessità di conservare a propria disposizione una cosa o un essere che è altresì desiderato, invidiato da un altro essere.Ed egli sa, perché lo ha imparato, che in questa competizione, se egli vorrà conservare l'essere o la cosa a sua disposizione, dovrà dominare. Abbiamo già detto che noi non siamo che gli altri. Un bambino selvaggio, abbandonato lontano dai suoi simili, non diventerà mai un uomo; non saprà mai camminare, né parlare:si comporterà come una bestiolina. Grazie al linguaggio, gli uomini hanno potuto trasmettere, di generazione in generazione, tutta l'esperienza che si è creata nel corso dei millenni del mondo. Oggi l'uomo non può più, e già da molto tempo, assicurarsi la sua sopravvivenza: ha bisogno degli altri per vivere, non sa fare tutto, non è onnisciente. Dalla più tenera età la sopravvivenza del gruppo è legata all'apprendimento da parte del piccolo dell'uomo di quanto è necessario per vivere felice nella società. Gli si insegna a non fare popò nelle mutandine, a fare pipì nel vasetto e poi, molto rapidamente, gli si insegna come deve comportarsi perché la coesione del gruppo possa esistere. Gli si insegna ciò che è bello, ciò che è male, ciò che è brutto e ciò che è bene. Gli si dice quello che deve fare e lo si punisce, o lo si ricompensa, al di là di quella che è la sua ricerca personale del piacere. Lo si punisce o lo si ricompensa in misura di quanto la sua azione è conforme alla sopravvivenza del gruppo."

"Il funzionamento del nostro sistema nervoso comincia appena a essere capito. Solo da venti o trent'anni siamo riusciti a capire come, a partire dalle molecole chimiche che lo costituiscono e che ne formano la base, si formano le vie nervose che saranno codificate, impregnate, dal tirocinio culturale. E, tutto ciò, in un meccanismo inconscio. Perché le nostre pulsioni e i nostri automatismi culturali saranno mascherati da un linguaggio, da un discorso logico. Il linguaggio, in questo modo, non contribuisce altro che a nascondere la causa dei predomini, i meccanismi attraverso i quali questi predomini si creano; e a far credere all'individuo che, operando per il nucleo sociale, egli realizza il suo proprio piacere. Mentre, di solito, non fa altro che mantenere delle situazioni gerarchiche, che si nascondono, appunto, sotto alibi di linguaggio. Alibi forniti dal linguaggio, che, in qualche modo, gli servono quale scusante. In questa seconda situazione, la porta che comunica tra i due scomparti è chiusa. Il topo non può fuggire. Sarà quindi sottoposto alla punizione alla quale non può sottrarsi. Questa punizione provocherà in lui un comportamento di inibizione. Egli apprende che ogni azione è inefficace, e che non può né fuggire né lottare. Si inibisce. E questa inibizione, che nell'uomo si accompagna con quella che noi chiamiamo l'angoscia, provoca altresì nel suo organismo delle perturbazioni biologiche estremamente profonde. Questo fa sì che se egli viene a contatto con un microbo, oppure ne è egli stesso portatore, mentre in una situazione normale avrebbe potuto debellarlo, in questo caso, non potendolo, ne sarà infettato. Nel caso di una cellula cancerogena, che egli avrebbe distrutto, si avrà un'evoluzione cancerogena. E inoltre, i suoi disturbi biologici sfoceranno in tutte quelle che noi definiamo le malattie della civiltà o psicosomatiche:ulcere allo stomaco, ipertensione arteriosa, insonnia, stanchezza, malessere"
" In questa terza situazione, il topo non può fuggire: subirà quindi tutte le punizioni. Ma si troverà davanti un altro topo che gli servirà da avversario. E, in questo caso, accetterà la lotta. Questa lotta è assolutamente inefficace: non gli permette di evitare la punizione, però gli consente di agire. Questo topo non avrà nessun disturbo patologico simili a quelli riscontrati nel caso precedente. Starà benissimo e ciò malgrado l'aver subito tutte le punizioni. Invece, nell'uomo, le leggi sociali proibiscono, normalmente, questa violenza difensiva. L'operaio che vede tutti i giorni il suo caporeparto, che non sopporta la sua faccia, non può permettersi di fracassargliela, perché interverrebbe la polizia. Non può fuggire perché sarebbe la disoccupazione e così, tutti i giorni della settimana, tutte le settimane del mese, tutti gli anni, talvolta, che si susseguono; è inibito all'azione. L'uomo ha molti modi per lottare contro questa inibizione di agire: può farlo attraverso l'aggressività. L'aggressività non è mai gradita, è sempre in risposta a una inibizione ad agire. Si raggiunge una esplosione aggressiva che di rado porta a un vantaggio, ma che, sul piano del funzionamento del sistema nervoso, è perfettamente spiegabile. Così, ripetiamolo: questa situazione nella quale un individuo può venirsi a trovare di inibizione nella sua azione, le perturbazioni biologiche che la accompagnano, scateneranno, sia l'apparizione di malattie infettive, sia tutti i sintomi di quelle che chiamiamo le malattie mentali. Quando l'aggressività non può più rivolgersi contro gli altri o sugli altri, può ancora esprimersi sull'individuo stesso in due modi: si ammalerà, convoglierà, cioè, tutta la sua aggressività contro il suo stomaco, nel quale farà un buco, un'ulcera allo stomaco; sul suo cuore e sulla circolazione, provocandosi un'ipertensione arteriosa e, talvolta, anche delle lesioni acute che causeranno malattie cardiache violente quali l'infarto, l'emorragia cerebrale o l'orticaria o delle crisi d'asma. Potrà altresì orientare la sua aggressività contro se stesso in maniera ancora più efficace:può suicidarsi. Quando non si può essere aggressivi verso gli altri, si può, con il suicidio, essere aggressivi, ancora, verso se stessi."

"L'inconscio costituisce uno strumento terribile, non tanto per il suo contenuto represso, represso in quanto troppo doloroso da esprimere, perché verrebbe punito dalla sociocultura. Ma per tutto quanto è, al contrario, autorizzato e persino ricompensato dalla medesima sociocultura, inserita nel suo cervello sin dalla nascita. Il cervello non è cosciente della sua presenza, anche se è lui che guida le sue azioni. E quell'inconscio socioculturale, che non è l'inconscio freudiano, è il più pericoloso. Infatti ciò che chiamiamo la personalità di un uomo, di un individuo, si costruisce su una cianfrusaglia di giudizi di valore, di pregiudizi, di luoghi comuni che si trascina dietro e che, man mano che la sua età avanza diventano sempre più rigidi, e che sempre più di rado sono rimessi in questione. E quando un solo mattone di questo edificio viene tolto, tutto l'edificio crolla: scopre l'angoscia. E questa angoscia non indietreggerà né di fronte al delitto, per l'individuo, né al genocidio o la guerra, per i gruppi sociali, pur di esprimersi. Cominciamo a capire attraverso quali meccanismi, perché e per come, attraverso la storia e nel presente, si sono stabilite le scale gerarchiche di potere. Per andare sulla luna si devono conoscere le leggi della gravitazione. Quando si arriva a conoscere queste leggi, non vuol dire che ci si libera della gravitazione. Significa che si utilizzano per fare qualcos'altro. Sino a quando non si sarà diffuso molto estesamente negli uomini di questo pianeta il sistema di funzionamento del loro cervello e il modo nel quale gli uomini lo utilizzano, e sinché non si sarà detto che sino ad oggi ciò è sempre avvenuto per dominare gli uni sugli altri, ci saranno poche probabilità che qualche cosa possa cambiare."

Professor Henri Laborit. Nato il 21 novembre 1914 a Hanoi (indocina). Padre medico nell'armata coloniale. Liceo Carnot a Parigi. Scuola del servizio di sanità della Marina e facoltà di medicina di Bordeaux. Dottore in medicina. Interno e chirurgo ospedaliero. Direttore della ricerca del Servizio di sanità dell'Esercito. Introduce in terapeutica l'ibernazione artificiale, la cloropromazina, primo tra i tranquillanti, così come altri farmaci ad azione psicotropa. Studi sulle reazioni dell'organismo alle aggressioni che hanno consentito soluzioni nuove nel campo dell'anestesia e della rianimazione. Dirigeva a Parigi il laboratorio di entomologia. Autore di numerose pubblicazioni sulla biologia del comportamento. Sposato, cinque figli. Premio Albert Lasker dell'American Health Association. Sport: equitazione e vela. Legion d'onore. Croce di guerra 1939-1945. Accademico delle scienze.