Sulla situazione della psicoterapia in Italia, e sull'impresa psicoterapeutica in generale, Raffaele Cascone ha intervistato Vincent Kenny, già Direttore dell'Istituto di Psicologia Costruttivista di Dublino, una delle figure più autorevoli del pensiero costruttivista sistemico in psicoterapia e nel miglioramento delle condizioni di vita nelle organizzazioni, nella famiglia e negli individui, per eliminare l'inerzia, i dilemmi ed i paradossi che sorgono nelle reti di conversazione e raggiungere la costruzione di un rinnovato, condivisibile e vitale futuro per l'uomo
Raffaele Cascone: E' possibile valutare la
scientificità di un metodo psicoterapeutico?
Vincent Kenny: Tra filosofi della scienza e filosofi della psicologia é risaputo che la psicologia non é una scienza anche se vorrebbe esserlo. La scienza richiede metodologie, linguaggi ed approcci specifici. Il tentativo da parte della psicologia, in questi ultimi cento anni, di copiare la scienza si é rivelato un fallimento. La psicologia può provare ad imitare la scienza ma questa copia é un falso. Anche l'uso da parte della psicologia di metodologie scientifiche come la statistica e la sperimentazione non riesce a coprire il fatto che la psicologia non é un scienza. Una psicologia scientifica é un illusione. Wittgenstein fu il primo ad indicare che i metodi usati in psicologia ed il suo oggetto, l'uomo, sono come due navi che nella notte passano vicine ma non si toccano mai. L'umano ed i metodi scientifici non si incontrano. Questa pretesa di scientificità é un grosso problema per tutti: fingere di essere scientifici é un problema sia per gli studenti che per gli stessi docenti, crea doppie realtà, i dipartimenti di psicologia per cercare di assomigliare ad un laboratorio scientifico sono costretti ad avere apparecchiature tecnologiche: le tesi degli studenti vengono disegnate secondo le caratteristiche dell'hardware disponibile. Il soggetto della materia, l'essere umano, é messo sempre in secondo piano, rispetto all'hardware. Queste sono le regole e devi pubblicare secondo questo linguaggio ed nelle relative riviste specializzate. Ciò vanifica tutta l'utilità potenziale della psicologia per la vita: c'é stato pochissimo contributo in cento anni di psicologia alla all'esperienza vissuta. La filosofia e la letteratura sono state molto più utili a risollevare lo stato d'animo dell'umanità di quanto abbia fatto la psicologia. La psicologia non può più fingere di essere utile.
R.C. Bruno Latour
ed Isabelle Stengers hanno definito la scienza come un'impresa
ed un'attività umana tra le altre che non ha alcuna superiorità
conoscitiva rispetto alle altre pratiche sociali, né ha
titolo per porsi in una posizione privilegiata dall'alto della
quale possa valutarle e giudicarle.
V.K. Anche questo é problematico: oggi la scienza stessa ha mostrato di non essere scientifica, nel senso della definizione tradizionale delle scienze dure, della fisica e della meccanica quantistica. E' molto più simile all'arte o al modello buddista dell'universo: la scienza stessa ha dovuto accettare che anche gli esperimenti sono organizzati su valori costruiti, su presupposti ed interferenze umane non sull''oggettività, ed ha adottato un punto di vista costruttivistico molto rapidamente.
R. C. C'é scambio culturale e scientifico
tra le varie figure del mondo della salute mentale?
V. K. Un altro problema della psicoterapia é che tanti professionisti che lavorano con i pazienti, non usano la ricerca psicologica, non si riferiscono alla psicologia scientifica, non leggono le riviste scientifiche e non vedono nemmeno l'importanza dell'aspetto scientifico nelle sue ricadute sulla loro vita personale e sugli interventi nella relazione terapeutica fanno con i pazienti.
R.C. Che fanno
gli psicoterapeuti per migliorare la loro professionalità
dopo la loro formazione?
V. K. Si rendono conto che qualcosa d'importante
manca nella loro vita professionale, alcuni cerano delle risposte
ma non riescono a trovare niente di rilevante. Perciò non
sono preparati a cercare ciò che potrebbe servirgli per
elaborare la loro pratica in modo riflessivo, in modo da produrre
della ricerca utile per sé e per gli altri colleghi. Si
sentono in una posizione di sudditanza rispetto all'immagine scientifica
di ciò che la loro ricerca dovrebbe essere. Il risultato
é che quello che fanno nella loro pratica terapeutica deriva
dalle loro abitudini, dal loro modo di essere convenzionale, più
che da quello che hanno appreso nelle loro scuole. Pochissime
scuole insegnano agli allievi che cosa si fa praticamente nel
lavoro con i pazienti. Ricevo richieste continue da psichiatri
e psicoterapisti anziani sul cosa fare in terapia, cercano aiuto
perché nelle terapie si bloccano, non sanno che fare, non
sanno come analizzare questo blocco, come aiutare i loro pazienti
e sé stessi, né sanno a chi chiedere aiuto: anche
se molti sono già in supervisione, continuano a non sapere
che fare. Questo ci dà evidenza su come funzionano le scuole
di psicoterapia, su quello che non insegnano e quello che dovrebbero
insegnare. Queste scuole o insegnano poco riguardo alla pratica
terapeutica con troppe astrazioni teoriche oppure si concentrano
sulle sole tecniche spesso senza un modello di riferimento, come
i comportamentisti che negano la possibilità e la necessità
di un modello di riferimento. In entrambi i casi gli psicoterapeuti
sono lasciati senza sapere ciò che può servire nella
pratica. Non sanno come andare avanti per fare evolvere la loro
pratica professionale. Già trent'anni fa nell'insegnamento
nel mio dipartimento di psicologia nell'università di Dublino
utilizzavamo mezzi audio visivi, con le famiglie, con i pazienti,
con i colleghi, un modo attraverso cui tutti potessero vedere
tutto quello che facevano gli altri, discuterne e perfezionarsi:
un continuo processo di essere coscienti dell'immagine di voi
stessi in quanto terapista in relazione ai pazienti ed ai colleghi,
può essere di grande aiuto. Sono stupefatto che in Italia
a distanza di trent'anni, é ancora raro che i terapisti
si vedano al lavoro, che dispongano di analisi organizzate sul
loro lavoro reale con i pazienti, e che non si vedano docenti
esperti che lavorino su materiale video. Questo è l'unico
modo di produrre il materiale necessario a fare ricerca in psicoterapia.
C'é una mancanza clamorosa di materiale ed esperienza concreta
disponibile per ricavare conoscenza su cosa succede realmente
in terapia. Non credo che sia possibile istruire e formare alla
terapia senza utilizzare queste attrezzature ormai d'uso comune
nel mondo. .
Mi sembra che in Italia in generale ci sia poca attenzione alla
metodologia di insegnamento, di perfezionamento e di sviluppo
dell'efficacia, qualunque sia la scuola di terapia che prendiamo
in considerazione, fatta eccezione per alcune scuole illuminate
di terapia familiare in cui il video e lo specchio unidirezionale
sono parte integrante della metodologia.
Queste carenze mi sembra nascano da una contraddizione fondamentale
che circola nel mondo delle scuole di psicoterapia e che crea
impossibilità di risoluzione: credere e far finta che la
psicologia sia una scienza, laddove non lo é, fa si che
lo psicoterapeuta, l'allievo ed il docente si aspettino che la
loro qualificazione e le linee guida della loro pratica debbono
arrivare da una mitica scienza della psicoterapia, che si immagina
esista da qualche parte per i soli iniziati e che prima o poi
sarà svelata, ma che in effetti non esiste. Viceversa tutta
la ricerca scientifica fatta sulla psicoterapia, attraverso meta-analisi,
mostra che l'efficacia di un terapeuta non dipende dalla scuola
di provenienza. Spesso porre un paziente in una lista di attesa
può produrre risultati analoghi ad una terapia. Gli psicoterapeuti
sono rinomati per la loro tendenza a sottovalutare le capacità
innate di recupero dei pazienti e perché tendono ad esagerare
nella valutazione della quantità di tempo necessaria affinché
le persone cambino.
Questo mentre gli stessi scienziati delle cosiddette scienze dure
hanno accettato di dover fare i conti, in senso costruttivistico,
su un esame delle procedure attraverso cui costruiscono la loro
scienza.
Michael Polanyi ha detto che la psicologia non é una scienza
ma é una questione di opinioni. Ed allora dobbiamo sviluppare
modi di parlare e conversare sulle nostre opinioni e formazioni
che preparino a questo e non fingere e lasciar credere che le
nostre pratiche siano delle operazioni scientifiche.
Nel paese di Gianbattista Vico, le doti tradizionali di organizzazione
della conversazione degli Italiani non sono coltivate in nessuna
delle scuole. Sembrano bloccate in tecnicismi e comportamenti
idiota e riduzionisti che isolano dalla ricchezza culturale del
paese.
R.C. Accantonato
il criterio "scientifico" come strumento di validazione
per la psicoterapia, una commissione ministeriale in base a quali
criteri potrebbe effettuare una valutazione di una scuola di psicoterapia?
V.K. Se mi costringessero
a far parte di una tale commissione potrei dire che ogni scuola
dovrebbe essere approvata, non essendoci alcuna base per giudicare:
come in "Alice del paese delle meraviglie" si potrebbe
fare una specie di gara senza regole ed alla fine dire "Hanno
vinto tutti!"
Ci si potrebbe anche basare soltanto su di un criterio di decenza
ed intelligenza minime garantite, oppure, se si decidesse di essere
restrittivi, su criteri di valutazione all'americana della produttività
e della economicità, di efficacia rispetto al costo. Che
altro può fare una commissione? Inventare un sistema per
misurare l'intangibile, la personalità dei terapeuti o
la loro affidabilità? Con quali criteri? Oppure assicurarsi
che almeno la psicoterapia non faccia male a nessuno, che non
ci siano strani rituali, pratiche settarie, culti. O anche fare
come per i farmaci, non approvare o eliminare quelli che si sono
rivelati dannosi in altri paesi.
Poiché la psicologia accademica non offre alcuna certezza
scientifica per i terapeuti, neanche può essere d'aiuto
per quelli che sono chiamati a stabilire criteri per selezionare
il tipo di scuola che sarà approvata. Quindi devono essere
individuati criteri presi dal senso comune. Ne indico quattro:
il tipo di tradizione a cui appartiene quello specifico approccio
terapeutico; lo status accademico attuale, vale a dire il far
parte del mondo accademico; la presenza nella scuola di figure
socialmente riconosciute; avere differenze caratterizzanti rispetto
alle altre scuole (market branding). Tutti questi criteri sono
sociali e convenzionali, non obbiettivi e scientifici, in quanto
costituiscono una rete di conversazione sull'accettabilità
sociale dell'approccio terapeutico preso in considerazione.
R.C. Il suo lavoro
psicoterapeutico più recente si sta orientando verso l'esperienza
corporea..
V.K. Il testo
della vita é inscritto nel corpo in un modo molto fisico
come un coltello che taglia il corpo e lascia cicatrici. Nei primi
due, tre anni della nostra vita, prima che siamo in grado di parlare
e possiamo solo ascoltare, chi ci circonda inscrive profondamente
nei nostri muscoli, nel corpo e nelle viscera dei copioni molto
fondamentali, non possiamo evitarlo.
Sto sviluppando una tecnica per ritornare a queste abitudini,
a queste convinzioni radicate nei muscoli, in modo da farle evolvere
in qualcosa d'altro
Trattandosi di interazioni tanto complesse al livello preverbale,
nei muscoli, nella fisiologia, nei visceri, é estremamente
difficile creare una via di aperture fisiche che permettano di
de-iscrivere il testo o di ri-scrivere un testo
differente, é come volere eliminate un tatuaggio indelebile.
R.C. Quali sono i limiti della psicoterapia
verbale?
V.K. In genere
la psicoterapia arriva solo al trattamento della superficie del
testo, perche' non ha a che fare col corpo, Tanti terapisti credono
che, standosene seduti col paziente, restando al livello verbale,
la parola riesca a toccare.
La terapia. non riesce a muovere niente finché non determina
un esperienza viscerale per il paziente e per le persone che sono
di rilievo per lui.
Sto tendando di creare un cammino con varie fermate lungo il percorso,
usando anche tecniche degli attori, per far uscire fuori abitudini
viscerali nascoste. Chiedo per esempio di disporsi in posizioni
fastidiose per sedersi, in configurazioni fisiche irritanti e
porre attenzione sull'esperienza.
In terapia abbiamo superato i metodi cosiddetti catartici: la
catarsi non é costruttiva: é un modo di esprimere
una vecchia convinzione e di fissarla, non costruisce una novità
non é un modo di sostituire, di migliorare
Le esperienze catartiche ed anche quelle attraverso droghe come
LSD e ketamina etc. sono come le esperienze traumatiche: disintegrano
e si reintegrano o solo dopo anni di psicoterapia o mai. Abbiamo
bisogno di un altro approccio: un intervento che crei una nuova
struttura che a sua volta non vada in conflitto con la vecchia.
Fine dell'intervista a Vincent Kenny