Sistema della salute, stili di vita e carestia sociale
di Raffaele Cascone

Dopo aver dato vita ad un confronto su larga scala sull'assetto del sistema della salute e sugli stili di vita futuri, ci interroghiamo sui prossimi passi, descrivendo ed esaminando le circostanze ed il contesto in cui ci troviamo ad agire ed a preparare il prossimo convegno su "Psicoterapia e Biologia", dal riduzionismo alla complessità, verso una medicina integrativa per l'assetto del futuro sistema della salute.
Nel convegno precedente rendemmo note le indicazioni, passate fino ad allora inosservate dai media, agli stati membri, da parte dell'organizzazione mondiale della salute, O.M.S. ­W.H.O., sulle medicine complementari, alternative e tradizionali, secondo cui il sistema sanitario futuro deve essere creato attraverso la collaborazione e la comunicazione tra i vari attori e gruppi sociali e tra medicina convenzionale da un lato ed operatori della medicina complementare, alternativa e tradizionale dall'altro.
Queste indicazioni in Italia sono state completamente eluse, hanno generato una serie di grandi manovre in senso oppositivo e risposte stereotipate da parte della lobby medica, che in linea con
il clima di conflittualità sociale e contro-produttività vigenti, ha posto in atto una campagna di disconferma e squalifica di quelli che era stata chiamata dall'O.M.S. a legittimare e ad abilitare.
Tutto ciò in continuità con la socialità amorale nostrana su cui si fondano comportamenti di non collaborazione, sospetto ed ostilità di ciascun bottegaio, ciascuna conventicola, ciascun gruppo per i propri interessi contro tutti gli altri. Questo azzeramento del capitale sociale (1) e questa impossibilità a fare sistema, alla resa dei conti, risultano in controproduttività ed in danno collettivo, condizioni che retroagiscono sugli stessi che le producono. In particolare le vicende che esaminiamo si presentano e si ripresentano con impressionante regolarità sempre con le stesse caratteristiche: i rapporti, per esempio, tra medicina convenzionale e medicina complementare, hanno tutte le caratteristiche delle relazioni e delle comunicazioni generatrici di patologia: i messaggi sono confusi ed ambigui, sono falsificati, dirottati, c'è chiusura, comportamenti ed affermazioni stereotipate e fuori contesto, evitamento dell'interlocutore e sua squalifica.
In un paese dotato viceversa di capitale sociale, inteso come capacità degli attori a collaborare per generarlo, le indicazioni dell'OMS sono raccolte secondo i caratteri della comunicazione positiva: ciascun gruppo adotta comportamenti e messaggi chiari e congrui, mostrando sostegno, empatia, valorizzazione, attenzione, ascolto, assenza di squalifica nei confronti dell'interlocutore.
La posizione di scontro frontale invece verso un interlocutore ancora poco strutturato, fragile e confuso, equivale alla sua cancellazione e, nel caso del confronto tra medicina convenzionale e medicina complementare alla desertificazione del territorio della salute e del benessere ed a preparare il terreno per una bassa qualità dei servizi e ad una vasta area di illegalità.
Fenomeni analoghi avevano interessato i media, elettronici innanzitutto, dopo il 1975, anno della dichiarazione di illegittimità costituzionale del monopolio Rai ed il territorio della psicologia, dal 1989 dopo l'andata in vigore della legge.
In una mia rubrica giornalistica (3) dal 1974 ed il 1981, e nei dibattiti, avevo messo in guardia, inascoltato, i serafici operatori del settore delle telecomunicazioni su come il passaggio dal monopolio Rai alla liberalizzazione incontrollata dei media elettronici, in un paese scarsamente alfabetizzato, di tradizione orale ed avido di immagini, avrebbe portato al declino dei fulcri tradizionali della comunicazione e di creazione di significato, ed alla apparizione di un "Italia Media" e di un mercato degli stati d'animo, governati in modo incontrastato dai Media elettronici e dai grandi gruppi. Queste previsioni si sono totalmente avverate e nel mercato degli stati d'animo che ne è conseguito, nell'Italia Media attuale, le condotte vincenti sono diventate quelle che seguono le regole della comunicazione televisiva: impattare, catturare l'attenzione con ogni mezzo, semplificare e presentare la complessità come fastidio e impedimento al crescere dell'emozione ed allo scorrere della continuity dello spettacolo. La comunicazione vincente si esaurisce nella struttura del rap e nell'aspetto del fumetto da toilette degli anni 70': qualcosa che si possa fruire entrando in linea in qualsiasi momento ed uscendone in qualsiasi altro, purchè stimoli e non impieghi troppo della risorsa più scarsa che sia rimasta in circolazione: l'attenzione. Questa deve essere lasciata sempre disponibile e libera per orientarsi verso la prossima proposta: è l'avvento epocale del consumatore terminale ideale, costantemente on line e sempre raggiungibile dai flussi informativi e dai consigli per gli acquisti.
A questo liberismo oltranzista nei flussi delle informazioni ha fatto riscontro, nel campo della salute mentale, una posizione istituzionale opposta: poiché, a differenza del consumatore terminale, il soggetto della salute e del benessere viene considerato inevitabilmente disabile ad intendere, diventa quindi oggetto da tutelare: in questa tendenza si iscrive la legge sulla professione di psicologo che da cui discendono la creazione di un Ordine garante delle competenze e delle abilità ad occuparsi di "psiche" da parte degli iscritti, ed una commissione chiamata a valutare la validità "scientifica" delle scuole di formazione post laurea, per i futuri psicoterapeuti.

Poiché non c'è al mondo un criterio di validazione scientifica verificabile e falsificabile da applicare per la psicologia e la psicoterapia, la validazione delle scuole di formazione è un processo arbitrario.
I media hanno inoltre contribuito a delineare un'immagine poco socievole dello psicologo, sulla stessa falsa riga del mito del "sociologo che distrugge le famiglie" , come cervellotico, approssimativo ed antipatico, in contrasto a quella dello psichiatra, scientifico e rassicurante con il suo armamentario di "medicine" che sospendono l'angoscia invece che farla affrontare: una recente indagine dell'Ordine del Lazio riscontrava che è diffusa nella regione l'opinione che lo psicologo sia in genere un "furbacchione manipolatore ed approfittatore".
Questo clima arroventato e questo contesto hanno messo gli psicologi nella necessità improcrastinabile di rendersi accreditabili attraverso metodi spicciativi: cercando la protezione delle professioni forti come quella medica che li accetta volentieri come subalterni al punto tale da contestare oggi il fatto che gli psicoterapeuti possano essere psicologi e non solo medici.
Nella saga del "tutti contro tutti" e del "colpiamo prima e poi trattiamo", rientra il comunicato del 5 Febbraio 2004, in cui la Fnomceo, Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, propone di azzerare in un sola mossa l'invito dell'OMS alla collaborazione professionale ed il trattato di Roma sulle nuove professioni , rimettendo in discussione la legge di istituzione dell'ordine degli psicologi e degli psicoterapeuti e argomenta che le attività di diagnosi in psicoterapia da parte dello psicoterapeuta psicologo, siano di fatto un abuso della professione medica.
Questo sfondo rappresenta il sistema allargato dei riferimenti e delle circostanze su cui si fonda la mia ipotesi che "gli psicoterapeuti italiani non sognano pecore elettriche" (1)
Nel trattare questioni di scienza ed ancor più di scienze umane, infatti lo strumento della cronaca e della narrativa è indispensabile per introdurre al contesto ed al clima che fanno da sfondo, in mancanza dei quali ogni asserzione rischia di perdere di senso.
Nella pratica clinica invece il terapeuta, medico o psicologo, è fortemente vincolato dalle pressioni del contesto che descriviamo e dalla necessità di rendersi accreditabile verso il suo ordine professionale (2), verso sé stesso e verso il suo paziente. Poiché la sua appartenenza all"Ordine attesta il suo essere titolare di conoscenza e scienza pregressa, il terapeuta tende ad accreditarsi nello stesso modo verso sé stesso: non può che presentarsi e quindi ri-conoscersi come esperto degli eventi inerenti alle relazioni in cui incorrerà. Tale posizione viene premiata anche dal paziente stesso, che, dal canto suo, suppone ed ha un attenzione particolare a verificare che il terapeuta già conosca quello che sta per succedere.
Si dà il caso però che la terapia cominci a funzionare quando appare la crisi, da cui eventualmente emerge la guarigione, crisi in cui il paziente, con eccezionale lungimiranza e con spettacoli di arte manipolativa varia, mette regolarmente alla prova i limiti personali del terapeuta.
In queste circostanze e con la vitaccia che fa, il terapeuta, non solo ha regolarmente problemi di tipo affettivo e spesso di frustrazione sessuale, ma è anche incardinato nel suo ruolo di portatore di conoscenze e certezze, grazie al quale, come abbiamo mostrato, si accredita non solo verso l"Ordine ma anche verso sé stesso.
Ciò è in contrasto con il processo di risoluzione delle crisi, eventi esemplari a partire dai quali si catalizza o si arresta il cambiamento: il terapeuta o l"attore sociale si trovano nelle condizioni strutturali che non gli consentono di convivere, sia pure temporaneamente, con l"incertezza e con la perplessità di una situazione che essendo non chiara, non esiste ancora la sua soluzione. Quest"ultima quindi non può venire inoculata, preconfezionata dall"esterno, grazie ad un supposto sapere pregresso, ma può solo conseguire, "après coup" ,come esito successivo, che emanerà dall'intelligenza del vissuto dalle circostanze degli eventi, sempre originali, singolari e inevitabilmente imprevedibili, come i soggetti in gioco. Da ciò deriva che il terapeuta invece di "avvicinarsi" all'essere del paziente, in quanto storia ambulante, risolva l'empasse dando vita ad un problema più grande che assorbe tutti quelli più piccoli e li cristallizza: o si innammora del corpo del paziente dell'altro sesso, o fa combutta con quello dello stesso sesso o lo rifiuta, o si mette in un ruolo consolatorio e conciliante, o diventa oppositivo creando una relazione competitiva. Questo contesto e queste circostanze in cui si genera in modo ricorrente questa sostituzione di un atto stereotipato ad un processo creativo, determina una vera e propria carestia di risorse ed è un problema estremamente più grave della stessa crisi, perché non permette di affrontarla e di risolverla. Questa carestia ci sembra un fenomeno continuo che interessa molti livelli e ci sembra radicato proprio in quelle condizioni di assenza di capitale sociale e di occupazione territoriale da parte di attori che ne impediscono attivamente l'esistenza.
Tutto ciò chiarifica perchè il virus della patologia della comunicazione abbia infettato il sociale e come, le relazioni sociali in generale e "terapeutiche" in particolare, abbiano vita più facile se si adeguano ai trend correnti e siano di stampo manipolativo, lasciando tutto inalterato ed essendo contro-produttive.

1) Fukuyama, Trust
2) Le desordre medical
3) R. Cascone, Playmen magazine, 1974-1981